Visualizza versione completa : Petrolio
natoxcorrere
13th December 2009, 10:58
60 miliardi di riserve petrolifere giacciono nei mari intorno alle isole che l’Argentina reclama ancora dalla Gran Bretagna: presto un nuovo conflitto per estrarre l’oro nero?
Falklands in inglese o Malvinas in spagnolo, due termini che indicano una regione, un gruppo di isole lontane dal quadrante economico-politico europeo, in cui le eco di guerra lontana nel tempo tra l’Argentina della dittatura militare il Regno Unito della Tatcher sembrano tornare attuali. Se nel 1982, la guerra tra i due Paesi aveva avuto ragioni puramente politiche oggi lo scontro tra i due Stati ha connotati decisamente più economici ma non meno pericolosi.
Sotto le Falklands, ci sono miliardi di tonnellate di barili di petrolio e gas naturale, una vera manna in tempi di crisi globale.
Se nel territorio continentale europeo l’UE e la Russia, più un’altra serie di attori gepolitici, si scontrano sulla realizzazione dei gasdotti Nabucco e South Stream, il Regno Unito, nel suo splendido imperiale isolamento punta ad altri “prati da tosare”.
Per trovare l’annuncio del petrolio sotto le Malvinas occorre andare al 1993 quando il Corriere della Sera del 2 dicembre così dava la notizia: «Il governo britannico ha annunciato la scoperta di un enorme giacimento petrolifero, le cui riserve sarebbero del 50% superiori a quelle del Mare del Nord, nell’arcipelago australe delle isole Falkland. Le prime trivellazioni dovrebbero iniziare nel 1997».
Arriviamo, per brevità al marzo del 2007, è l’Argentina neoperonista di Kirchner a entrare nella questione. Il presidente Kirchner, in quell’annno, si muove in sintonia con Hugo Chavez, nonostante l’opposizione delle Forze armate argentine che non intendono aprire le porte alla colonizzazione bolivarista per mezzo del Gasducto del Sur. Il Governo di Buenos Aires, comunque, rompe unilateralmente il trattato di collaborazione con il Regno Unito, siglato da Memem nel 1995, due anni dopo l’annuncio della scoperta.
L’accordo riguardava l’esplorazione e lo sfruttamento del petrolio nell’Atlantico “argentino”, inclusa la piattaforma delle isole Falkland, parte dello Stato inglese e sempre rivendicate come Malvinas dalla nazione sudamericana.
E sempre nel 2007 la polemica politica ma con delle chiarissime implicazioni economiche tra Argentina e Gran Bretagna prosegue avendo come oggetto la definizione dei confini marittimi e sull’ampliamento del controllo della zona a ridosso dell’arcipelago, coni diritti di sfruttamento che ne conseguono.
La richiesta da parte britannica è chiara: ampliare il proprio dominio marittimo, portando il controllo da 200 a 350 miglia di distanza dalle coste dell’arcipelago.
La risposta del Governo argentino non si è fatta attendere molto: l’Argentina richiede l’ampliamento della sua sovranità marittima da 2,7 milioni di chilometri quadrati a 3,7. Uno scontro duro.
La quantità esatta del bacino petrolifero si è venuta a sapere soltanto ora è di 60 miliardi di barili di greggio. Il quotidiano The Sun da l’annuncio della scoperta anticipando già le mosse della economia di Sua Maestà.
La prima piattaforma esplorativa, la Ocean Guardian, sarebbe già in viaggio muovendosi dal mare scozzese per coprire le ottomila miglia che separano la Gran Bretagna dall’arcipelago dell’Atlantico meridionale dove il suo arrivo è previsto per gli inizi del 2010.
Le ultime prospezioni si realizzarono nel 1998 ma il progetto fu poi abbandonato perché considerato troppo oneroso, mentre la tecnologia attuale consente costi di estrazione minori.
Non solo, secondo il The Sun, sono le compagnie britanniche quelle maggiormente coinvolte nelle prospezioni: Rockhopper Exploration, Desire Petroleum, Falkland Oil and Gas, Borders and Southern Petroleum.
Per spiegare l’importanza della scoperta, il quotidiano ricorda che la maggior riserva petrolifera del mondo, Ghawar in Arabia Saudita, contiene 80 miliardi di barili mentre la più vasta nel Mare del Nord, Forties, ne conta cinque. La contesa tra i due Paesi non si è fermata e va avanti sempre più.
Vedremo forse una seconda guerra delle Falklands , dopo quella russo georgiana del 2008? Come ultima informazione, nel nostro Pianeta si sono consumati 28 miliardi di barili lo scorso anno, fatevi i conti quanto potrebbe rendere il giacimento australe delle Falklands e traete poi voi le conclusioni, è fin troppo facile essere Cassandra con i tempi che corrono.
di
Tommaso Dal Passo
natoxcorrere
4th January 2010, 01:54
Vi posto un articolo di un po di tempo fa, ma importante per capire l' importanza della Russia nell' attuale scacchiere energetico mondiale.
Vladimir Putin possiede un' arma segreta: una prodigiosa abbondanza di petrolio: 322 miliardi di barili, che giacciono in gran parte inesplorati sotto i ghiacci siberiani. Una riserva fra le più grandi al mondo. La Russia balzerebbe così al vertice delle potenze petrolifere mondiali, lasciandosi alle spalle i maggiori produttori del Golfo, ad eccezione dell' Arabia Saudita. L' insospettata ricchezza dei giacimenti siberiani è rivelata da un rapporto intitolato "Il risveglio dell' orso"- dove l' orso è l' emblema dell' impero russo. Lo studio è stato compilato dal Cges (Centre for Global Energy Studies), l' istituto di ricerche fondato a Londra dallo sceicco saudita Zaki Yamani, ex ministro del petrolio, l' uomo che per decenni ha avuto in pugno l' interruttore mondiale del greggio. Negli Anni Settanta lo spense, e tolse il fiato all' economia globale. In 245 pagine, illustrate da grafici e tabelle, il rapporto delinea la metamorfosi di Mosca da capitale periferica stremata, affondata in una economia da terzo mondo, a nuova potenza imperiale, capace di incidere sui mercati mondiali. Se si sta ai calcoli del Cges, la Russia del presidente Putin, già rinvigorita da un' economia in forte ascesa, con un prodotto interno lordo che galoppa al ritmo annuale del 7 per cento, e una locomotiva spinta a tutto vapore nell' intenzione del Cremlino di decuplicare il risultato, prepara una rimonta tutta giocata al tavolo delle risorse energetiche: una partita oggi tra le più importanti sullo scacchiere internazionale. Se infatti è vero, come avvisano gli analisti, che entro vent' anni, al tasso attuale di consumi, le riserve petrolifere conosciute non basteranno a soddisfare la richiesta mondiale, destinata ad aumentare del 40 per cento, è altrettanto vero che chi controlla le fonti e il flusso del petrolio, può governare il motore dell' economia globale. Sull' argomento si riunirà un gruppo internazionale di esperti a un seminario, "Il petrolio russo e il mercato mondiale", presieduto dallo sceicco Yamani lunedì a Londra (jenni.wilsoncges.co.uk). Fra i temi nell' agenda, la mossa che già s' indovina all' orizzonte: la sostituzione dell' euro al dollaro quale moneta di riferimento del mercato petrolifero. Un cambiamento di non poco conto. Così il Cremlino si preparerebbe a ridisegnare un suo nuovo ordine mondiale.
Repubblica
natoxcorrere
7th February 2010, 16:46
Fra il 1974 e il 1988 sono state effettuate segretamente sette esplosioni nucleari sotterranee per aumentare la produzione petrolifera a Tiumen, in Siberia. Lo ha rivelato ieri il quotidiano "Nashe Vremia", pubblicato nella regione. Le esplosioni furono ordinate dal ministero sovietico dell' Industria petrolifera e dall' associazione per la ricerca nel campo petrolifero. Il giornale ha pubblicato la lettera di un lettore secondo cui gia' nel 1967 avvenne un' esplosione nucleare sotterranea a soli 70 chilometri dalla citta' .
Corriere
natoxcorrere
17th January 2011, 00:07
http://www.fdca.it/analisi/petrolioSP.htm
Ecco un articolo interessante, che snocciola sia dati geopolitici, che dati statistici.
natoxcorrere
28th January 2011, 09:34
Il prezzo del petrolio chiude ai minimi da due mesi
Dopo una seduta di pausa il prezzo del petrolio ha ripreso oggi il suo recente trend negativo. Il future sul Crude con scadenza marzo ha perso al NYMEX l'1,9% a $85,64 al barile. Era dallo scorso 30 novembre che il prezzo del petrolio non chiudeva a tali livelli. Le notizie negative arrivate oggi dal fronte macroeconomico hanno ridotto le aspettative del mercato sulla domanda di energia. Le nuove richieste di sussidi alla disoccupazione sono aumentate la scorsa settimana negli USA decisamente più di quanto previsto dagli economisti. Gli ordini di beni durevoli hanno registrato inoltre a sorpresa a dicembre un forte calo.
Borsaonline
natoxcorrere
27th August 2011, 10:27
I consumi di energia continuano a crescere: in Italia, anche nell’estate si è più volte sfiorata la soglia dei 54.000 megawatt di energia elettrica, arrivando a ridosso della soglia record dell’anno precedente che ha superato i 55.000 megawatt. Qual è la sua opinione riguardo alle cosiddette “energie alternative”, come l’eolico o il fotovoltaico? Assieme alla ricerca su di esse, come dovrebbe agire una serie politica di riduzione dei consumi? Su quali versanti è più direttamente praticabile ed auspicabile un “risparmio energetico”?
Alain de Benoist. Il ricorso alle “energie alternative” è in sé una buona cosa. Ma l'errore sarebbe di credere che si potrà, grazie ad esse, conservare lo stesso ritmo di crescita. Attualmente, le possibilità che offrono le energie di sostituzione sono in effetti limitate. I petroli non convenzionali, come gli olii pesanti del Venezuela e le sabbie bituminose del Canada, per essere estratti necessitano all’incirca di altrettanta energia rispetto a quella che permettono di recuperare. Il gas naturale può servire a migliorare l'estrazione del petrolio o a fabbricare delle essenze di sintesi, ma necessita ancora di molta energia. Le riserve di carbone sono più importanti, ma è un'energia molto inquinante e che contribuisce doppiamente all'effetto serra, poiché la sua estrazione provoca delle emissioni di metano (che possiede un effetto serra 23 volte più potente dell'anidride carbonica), frattanto la sua combustione rilascia del gas carbonico in grande quantità. Il problema essenziale dell'energia nucleare risiede, come si sa, nello stoccaggio delle scorie radioattive di lunga durata (e in una catastrofe sempre possibile). Questa energia non si può inoltre sostituire ai complessi petrolchimici e ai prodotti di consumo corrente derivati. L'idrogeno è un vettore d'energia, ma non una risorsa d'energia, e la sua produzione commerciale ha un costo da 2 a 5 volte superiore rispetto agli idrocarburi utilizzati per crearlo.
Inoltre, il prezzo del suo stoccaggio è 100 volte più elevato di quello dei prodotti petroliferi, e tutte le volte che si è prodotta una tonnellata d'idrogeno, si sono prodotte altresì 10 tonnellate di anidride carbonica.
Le energie rinnovabili sono fornite dal vento, dall'acqua, dai vegetali e dal sole. Attualmente, esse non rappresentano che il 5,2% di tutta l'energia consumata nel mondo. Sebbene esse siano a priori più promettenti, sarebbe ugualmente illusorio sperare di più.
I vegetali hanno una debolissima capacità energetica. Le bio-energie (valorizzazione dei sottoprodotti della filiera bosco) implicano una deforestazione intensa. I biocarburanti sintetizzati a partire dalla barbabietola, dalla colza, dal mais o dalla canna da zucchero, come l'etanolo, hanno un rendimento abbastanza limitato. Il solare termico non è stato ancora fatto oggetto di uno sfruttamento soddisfacente. L'energia idraulica è più competitiva, ma esige degli investimenti consistenti. L'energia eolica è quella più a buon mercato, ma non funziona che nel 20-40% del tempo, tenuto conto delle variazioni dei venti.
Restano quelle tecniche di cui talvolta si parla, come la fusione nucleare, la «fusione a freddo», il sequestro del carbone o le centrali solari spaziali, ma la maggior parte di esse oggigiorno non sono che allo stato di progetto e quasi tutte necessitano di un sovraconsumo d'energia che rende il loro bilancio netto prevedibile incerto.
I mutamenti climatici negli ultimi anni si stanno manifestando in maniera sempre più decisa ed evidente. Forti variazioni delle temperature stagionali, scioglimento di ghiacciai e innalzamento del livello del mare, migrazioni della fauna fuori stagione, cambiamenti della geografia delle specie vegetali e via discorrendo. Perché le popolazioni non sembrano mostrare la necessaria attenzione a tali fenomeni? Perché queste modificazioni ancora non inducono significativi provvedimenti per il quotidiano stile di vita?
Alain de Benoist. Contrariamente a quello che voi dite, io ho il sentore che la gente oggi sia più sensibile ai problemi dell'ecologia. E ciò è ancor più vero riguardo alle perturbazioni climatiche, di cui essa è la prima a constatarne gli effetti nella vita quotidiana. Ma non è ancora disposta a trarne le conseguenze. Si potrà dire che molte persone sono a questo riguardo più o meno «schizofreniche». Da un lato sono ben coscienti del degrado dell'ambiente naturale e dei rischi provocati, ad esempio, dal surriscaldamento climatico. Dall'altro lato, essi vorrebbero allo stesso tempo poter conservare il medesimo stile di vita a cui sono abituati. Occorrerà del tempo affinchè comprendano che questa è una contraddizione. Di qui la necessità di tutto un lavoro pedagogico il cui scopo è quello di far comprendere che «più» non significa sempre «meglio».
Le persone sono state abituate a pensare che la «crescita» e lo «sviluppo» sono dei fenomeni naturali, mentre durante i millenni l'umanità ha ragionato diversamente. L'ideologia del progresso ha giocato da questo punto di vista un ruolo essenziale. Anche se oggi ha perso gran parte delle sua credibilità (l'avvenire appare più portatore di minacce che di promesse), la vecchia credenza secondo la quale una crescita quantitativa permanente è una cosa sempre buona in sé non ha abbandonato le menti. Le persone non vedono che una tendenza prolungata all'infinito può invertirsi bruscamente nel suo contrario (ciò che i matematici chiamano il passaggio al limite). Resta loro da comprendere che una crescita infinita in un mondo finito è una contraddizione in termini: non si può vivere indefinitamente a credito tirando su un capitale che non si rinnova.
Eugenio Benetazzo sostiene che quella delle “energie alternative” non sia nient’altro che una “farsa”, poiché sarebbe più corretto definirle “derivative”: in altri termini, è sempre la disponibilità di petrolio greggio a determinarle e renderne possibile la produzione e la diffusione. Il petrolio è necessario, ad esempio, per la fabbricazione dei pannelli fotovoltaici così come per il loro trasporto. Il petrolio sarebbe dunque connaturato alla complessa molteplicità dello stile di vita moderno, da un punto di vista prettamente antropologico: grazie ai trasporti ed ai ritmi di vita da essi consentiti, alle tipologie di prodotti alla cui base (industriale e commerciale) esso si pone, grazie agli innumerevoli settori in cui la petrolchimica ha ingerenza (dai fertilizzanti alla catena alimentare), si può ben affermare che “l’uomo moderno è il petrolio”. Se così fosse, con l’esaurimento degli idrocarburi naturali, l’umanità intera dovrà davvero rinunciare a qualsiasi forma di “energia” attualmente conosciuta e così rimodellare integralmente il proprio stile di vita?
Alain de Benoist. Eugenio Benetazzo è uno specialista di problemi borsistici che ha scritto delle cose interessanti sulla possibilità di una nuova crisi finanziaria mondiale (un «nuovo 1929»). Non ha torto quando afferma che il petrolio fa parte della composizione di un gran numero di oggetti utilizzati oggigiorno e che non c’è da attendersi troppo dalle energie alternative - anche se a mio avviso è molto esagerato qualificarle come «farsa».
Un certo numero di queste energie alternative non presenta in effetti interesse senza la presenza di petrolio a buon mercato. Occorre ad esempio molta energia per estrarre il carbone e inviare il minerale. Per fabbricare dell'elettricità occorre ancora energia, fornita oggi dal petrolio, il gas o il carbone. Parimenti, i biocarburanti hanno bisogno di concimi e di pesticidi, che furono all'origine della «rivoluzione verde», ed esigono dunque del petrolio per avere un rendimento soddisfacente.
Ancora, si può beninteso immaginare che nuove forme di energie saranno scoperte in futuro. In astratto è sempre possibile - ma attualmente fare una tale scommessa è solo un atto di fede. La verità è che, allo stato attuale delle cose, né le energie rinnovabili, né il nucleare classico, né le altre energie di sostituzione conosciute dai ricercatori possono sostituirsi al petrolio con la stessa efficacia e i costi contenuti. Ora, come le riserve di petrolio non sono inesauribili, è la prova che il problema deve essere posto diversamente, all'occorrenza interrogandosi seriamente sulle condizioni di una «decrescita sostenibile».
Gruppo Opìfice. Una teoria comune è quelle secondo cui solo la tecnologia sia in grado di rimediare ai danni della tecnologia. In altri termini, il meccanismo industriale ha ormai compromesso irrimediabilmente l’ecosistema, il suolo e le specie viventi, e pertanto anche un “ritorno alla terra”, a forme di autoproduzione/autoconsumo, di sobrietà e di riduzione dei consumi non potrà rimediare ai danni della modernità, o quantomeno in misura minore di quanto consentirebbe una ricerca tecnologica sempre più avanzata sugli stessi settori. Qual è la sua opinione riguardo a questo pensiero?
Alain de Benoist. La teoria secondo la quale i difetti della tecnica saranno corretti dal nuovo progresso della stessa tecnica è una delle numerose versioni dell'ottimismo tecnologico. Beninteso, questa tesi può essere puntualmente vera (un errore può sempre essere corretto), ma ad un livello globale essa corrisponde soprattutto ad un'ammissione d'impotenza. Il tratto dominante della tecnica è la sua capacità di svilupparsi da se stessa in funzione della sua sola fattibilità: ciò che è tecnicamente possibile sarà effettivamente realizzato. Nell'istante in cui lo sviluppo tecnologico è posto sotto l'orizzonte della fatalità, l'uomo si condanna allo stesso modo a subirne gli effetti, quali che siano. In ultima analisi, questa credenza nella capacità della tecnica di correggersi essa stessa non è che un atto di fede.
natoxcorrere
16th October 2011, 11:58
Teoria russa sulle origini del petrolio
Sui tradizionali testi di geologia occidentali, molti dei quali scritti da geologi inglesi o americani il petrolio sarebbe un “combustibile fossile”, un detrito o residuo biologico di resti di dinosauri o di alghe fossilizzati, quindi un prodotto in scorte limitate. L’origine biologica è al centro della teoria del picco petrolifero e viene anche addotta per spiegare come mai il petrolio si trovi soltanto in certe parti del mondo, dove esso sarebbe rimasto biologicamente intrappolato milioni di anni fa. Ciò vorrebbe dire, ad esempio, che resti di dinosauri morti sarebbero rimasti compressi, fossilizzati per decine di milioni di anni e intrappolati in giacimenti sotterranei a 4-6.000 piedi di profondità sotto la superficie terrestre. In alcuni rari casi, secondo questa teoria, grandi quantità di materiale biologico sarebbero rimaste intrappolate in formazioni rocciose a poca profondità sotto gli oceani, come nel Golfo del Messico, nel Mare del Nord o nel Golfo della Guinea. La geologia avrebbe quindi il solo compito di stabilire in quale punto degli strati terrestri si trovino queste cavità, chiamate riserve, all’interno di dati bacini sedimentari.
Una teoria completamente alternativa sull’origine del petrolio esiste in Russia fin dagli anni ’50, quasi del tutto sconosciuta in Occidente. Essa afferma che la tradizionale teoria americana sulle origini biologiche del petrolio è un’indimostrabile assurdità scientifica. I suoi sostenitori evidenziano che i geologi occidentali hanno predetto più volte l’esaurimento del petrolio nel corso dell’ultimo secolo, solo per poi trovarne dell’altro, molto altro.
Questa spiegazione alternativa dell’origine del petrolio e del gas naturale non è solo una teoria. L’emergere della Russia, e prima ancora dell’URSS, come maggior produttore di petrolio e di gas naturale del mondo, si deve alla concreta applicazione di questa teoria. Ciò presenta conseguenze geopolitiche di impressionante magnitudine.
Necessità: la madre della ricerca
Negli anni ’50 l’Unione Sovietica si trovò isolata dal resto del mondo dalla “Cortina di Ferro”. La Guerra Fredda era già in moto. La Russia aveva poco petrolio per sostenere la propria economia. Trovare petrolio sufficiente all’interno dei propri confini era la massima priorità di sicurezza nazionale.
Gli scienziati dell’Istituto di Fisica della Terra dell’Accademia Russa delle Scienze e l’Istituto di Scienze Geologiche dell’Accademia Ucraina delle Scienze avevano iniziato fin dalla fine degli anni ’40 una fondamentale ricerca: da dove viene il petrolio?
Nel 1956 il Prof. Vladimir Porfiryev rese note le proprie conclusioni: “il petrolio grezzo e il gas naturale non hanno alcuna relazione con materiale biologico presente nel sottosuolo. Si tratta invece di materiali primordiali, eruttati da grandi profondità”. I geologi sovietici capovolsero l’ortodossia geologica occidentale. Chiamarono la propria ipotesi sulle origini del petrolio “teoria abiotica” – cioè non biologica – per distinguerla dalle teorie biologiche occidentali.
Se avessero avuto ragione, la disponibilità di petrolio sulla Terra sarebbe stata limitata solo dalla quantità di elementi costitutivi degli idrocarburi presenti nel sottosuolo al momento della formazione della Terra. La reperibilità del petrolio sarebbe dipesa solo dall’esistenza della tecnologia necessaria a trivellare pozzi a grande profondità e a esplorare le zone più interne della crosta terrestre. Avevano anche compreso che i vecchi pozzi potevano essere “rivitalizzati” perché continuassero a produrre (i cosiddetti “giacimenti auto-rigeneranti”). Essi sostenevano che il petrolio si forma nelle profondità della Terra, in condizioni di temperatura e pressione altissime, simili a quelle necessarie per la formazione dei diamanti. “Il petrolio è un materiale primordiale generato in profondità che viene trasportato ad alta pressione attraverso processi eruttivi ‘freddi’ all’interno della crosta terrestre”, sosteneva Porfiryev. Il suo team respinse l’idea che il petrolio fosse un residuo biologico di resti di piante e animali fossili, considerandola una bufala inventata per perpetuare il mito della disponibilità limitata.
Sfida alla geologia tradizionale
Quest’approccio scientifico radicalmente diverso di russi e ucraini alla ricerca petrolifera, consentì all’URSS di scoprire immensi giacimenti di gas e petrolio in zone considerate, dalle teorie dell’esplorazione geologica occidentale, del tutto inadatte alla presenza di petrolio. La nuova teoria petrolifera fu utilizzata nei primi anni ’90, molto dopo la dissoluzione dell’URSS, per trivellare gas e petrolio in una regione ritenuta per più di 45 anni geologicamente infruttifera: il bacino del Dnieper-Donets tra la Russia e l’Ucraina.
Seguendo la loro teoria abiotica o non-fossile sulle origini del petrolio, geochimici e fisici petroliferi russi e ucraini iniziarono un’analisi dettagliata della storia tettonica e della struttura geologica del basamento cristallino del bacino del Dnieper-Donets. Dopo un’analisi tettonica e strutturale della zona, compirono altre ricerche geofisiche e geochimiche.
Vennero trivellati un totale di 61 pozzi, di cui 37 si rivelarono commercialmente produttivi; un enorme successo esplorativo, con una percentuale di riuscita di quasi il 60%. Le dimensioni del giacimento scoperto erano paragonabili a quelle del North Slope in Alaska. Per fare un paragone, negli Stati Uniti la trivellazione “wildcat” [trivellazione casuale per cercare nuovi giacimenti a poca distanza da quelli già esistenti, NdT] viene considerata riuscita quando ha un tasso di successo del dieci per cento. Nove pozzi trivellati su dieci sono normalmente “asciutti”.
L’esperienza dei geofisici russi nella ricerca di petrolio e gas rimase avvolta nel consueto velo di segretezza sovietico durante gli anni della Guerra Fredda e rimase largamente sconosciuta ai geofisici occidentali; i quali continuarono a insegnare la teoria delle origini fossili e, di conseguenza, l’esistenza di precisi limiti fisici all’estrazione. Lentamente, alcuni strateghi all’interno del Pentagono o ad esso vicini, cominciarono – molto dopo l’inizio della guerra all’Iraq del 2003 - a rendersi conto che i geofisici russi dovevano aver scoperto qualcosa di enorme importanza strategica.
Se la Russia possedeva questo know-how e la geologia occidentale no, allora i russi avevano un asso nella manica di valore geostrategico smisurato. Non sorprende che Washington abbia deciso di erigere un “muro d’acciaio”: una rete di basi militari e scudi antimissile intorno alla Russia per tagliare i collegamenti dei suoi porti e dei suoi oleodotti con l’Europa occidentale, la Cina e il resto dell’Eurasia. Il peggiore incubo di Halford Mackinder – una convergenza cooperativa tra i maggiori stati eurasiatici fondata sul reciproco interesse, nata dalla necessità e dal bisogno di petrolio per la crescita economica – stava per avverarsi. Ironicamente, è stata proprio l’arrogante rapina delle ricchezze petrolifere irakene (e potenzialmente iraniane) da parte degli USA che ha fatto da catalizzatore ad una più stretta cooperazione tra i tradizionali nemici eurasiatici, Cina e Russia; e ha fatto sì che anche l’Europa occidentale iniziasse a prendere coscienza del fatto che le sue opzioni iniziano a restringersi.
http://officialguide.info/?p=300&a=6&t=petrolio
natoxcorrere
5th November 2011, 09:40
“I combustibili fossili sono meravigliosi”, nonostante quel che si dice di loro. Ad affermarlo è il documentarista Mark Mathis, che con il suo ultimo lavoro promette di rivelare le “complete bugie” sul petrolio diffuse in questi ultimi anni da “media, politici ed attivisti ambientalisti”. Per l’autore americano è tempo di “dire la verità”. “C’è stata una serie di film che hanno tentato di ritrarre petrolio, gas ed altre fonti di energia come cattive”, afferma: “Questo è il primo film che mette in dubbio tale premessa”. La schiettezza ed il punto di vista del videomaker di Albuquerque rischiano però di essere messi in dubbio sia dai finanziatori di questo progetto, in gran parte legati proprio al business del gas e del petrolio, che dal suo stesso background.
Si intitola “spOILed“ (viziati, ndr), e di sicuro farà parlare molto di sé. “Noi non siamo assuefatti [al petrolio]“, afferma Mark Mathis in un’intervista ad un giornale del Nuovo Messico: “Siamo stati viziati da risorse come il petrolio ed il gas naturale, che ci hanno dato questa qualità di vita incredibilmente alta”. Un’osservazione oggettivamente irreprensibile. Che, secondo l’autore, scatenerà le ire degli ambientalisti, generalmente “molto impegnati con i loro inganni”.
Mathis ammette durante l’intervista rilasciata al Farmington Daily Times che fra i finanziatori del suo progetto, costato “diverse centinaia di migliaia di dollari”, ci sono persone che hanno interessi nel business del gas e del petrolio. Ciononostante, assicura, il film è assolutamente indipendente: “Ho detto a questi investitori che non avrebbero avuto nessuna possibilità di influenzare il contenuto del film”. “Mathis difende il suo film con passione”, afferma il giornalista britannico Leo Hickman sulle pagine del Guardian: “Però non sembra raccontare tutta la storia”. “Dà l’impressione, come creatore di un documentario indipendente, di essere neutrale in questo dibattito. […] Ma il suo passato suggerisce che questo film è ben lontano dall’esserlo”.
Nel suo curriculum, in effetti, il filmaker del New Mexico vanta collaborazioni come consulente di svariate organizzazioni gasifere e petrolifere, ed è fondatore della Citizens’ Alliance for Responsible Energy, organizzazione che include sul suo sito sezioni come Smash the Watermelons (fracassa le angurie), in cui i cocomeri sono gli ambientalisti, in quanto “verdi fuori ma rossi dentro”, o in cui si fanno asserzioni come: “L’uso dei combustibili fossili è stimato essere responsabile, in totale, di meno dell’1% delle emissioni che si ritiene contribuiscano al riscaldamento globale”.
Mark Mathis è stato anche il produttore di un altro documentario, Expelled: No Intelligence Allowed, in cui si afferma che l’establishment scientifico supporti l’evoluzionismo darwiniano per tenere Dio fuori dai laboratori scientifici e dalle aule accademiche, sopprimendo chiunque non la pensi così. Un film noto più che altro per avere portato la American Association for the Advancement of Science a condannarlo pubblicamente di “profonda disonestà”, oltre che di tentare subdolamente di mettere la scienza contro la religione.
Ora, resta da vedere cosa diranno di Spoiled la critica e il pubblico. Del documentario, presentato in anteprima all’Albuquerque Film Festival, per il momento è visibile solamente il trailer on-line, a meno che si possa partecipare alle sue prossime proiezioni, 4 in Nuovo Messico e 2 in California. In esso, gli intervistati ricordano la necessità di avviare una “aperta ed onesta discussione sull’energia, il business più importante al mondo”, e si conclude con una riflessione interessante: “Se pensate che vivere con il petrolio sia un male… provate a vivere senza”. Per alcuni, come le persone coinvolte in The Big Fix, altro documentario-inchiesta sugli effetti della marea nera nel Golfo del Messico (già in selezione ufficiale al Festival di Cannes), vale la pena provare.
vBulletin® v3.8.4, Copyright ©2000-2012, Jelsoft Enterprises Ltd.