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Visualizza versione completa : Vulcano Marsili, allarme rientrato. Non siamo in Islanda


Scolari
5th June 2010, 13:10
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Napoli-Secondo le indagini di cui dispone Enzo Boschi, presidente Ingv, il Marsili, vulcano sottomarino che dista 150 km dalle coste campane, sarebbe già dovuto esplodere a causa della formazione di una nuova camera di magma. Ma due esperti hanno smentito questi studi parlando di bufala.

Sono passate due settimane dall’allarme lanciato da Enzo Boschi presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia sulle pagine del Corriere della Sera. La probabile ed imminente eruzione avrebbe potuto generare, secondo Boschi, un maremoto nel Tirreno causato dal cedimento delle pareti del vulcano. Per fortuna è andata diversamente. E soprattutto, come spiegano Sandro De Vita, ricercatore dell’Osservatorio Vesuviano, e Michael Marani, specializzato in rischi geologici sottomarini, non c’è motivo di temere che l’eruzione avvenga in futuro.

Per il professor Sandro De Vita “dal punto di vista della possibile attività vulcanica pensare ad una esplosione che possa causare problemi è fantascientifico in quanto non è un vulcano che storicamente abbia mai dimostrato attività. Il pericolo più significativo è legato alla probabilità del cedimento dei fianchi del vulcano. Quello è un fenomeno che viene tenuto sotto osservazione. Chi lo tiene sotto controllo - dichiara De Vita - è l’Università di Bologna. Noi ci occupiamo solo dei vulcani ritenuti attivi cioè tutti quelli che hanno manifestato attività nei tempi storici. L’allarmismo era totalmente ingiustificato ma fa parte del lavori di alcuni media”.

Abbiamo quindi intervistato Michael Marani, esperto dell’Università di Bologna, il quale ci ha confermato anch’egli che “le notizie non sono da tener conto perché non supportate da nessun dato. La settimana scorsa abbiamo fatto una riunione a Roma alla protezione civile perché sostenere queste cose relativamente ad un vulcano abbastanza giovane dal punto di vista geologico non esiste. Noi stiamo cercando di monitorarlo con gli strumenti di cui dispone l'Italia. Al giorno d’oggi la tecnologia è avanzata molto rapidamente qui in Italia siamo un po indietro, però la ricerca va avanti con le navi che abbiamo e gli strumenti che misurano la morfologia del fondo.
Con Boschi - conclude Marani - non ci siamo parlati ma quello che sappiamo è che non è il caso di fare alcun tipo di allarmismo. Dal punto di vista naturale ci sono cose più importanti da temere come il Vesuvio e lo Stromboli che mostrano costantemente la loro pericolosità”.


Nessun pericolo quindi. E allora perché dichiarazioni come “la caduta rapida di una notevole massa di materiale – diceva Boschi – scatenerebbe un potente tsunami che investirebbe le coste della Campania, della Calabria e della Sicilia provocando disastri”. Perché lanciava quest’allarme? “Quello che serve – concludeva Boschi – è un sistema continuo di monitoraggio, per garantire attendibilità. Ma è costoso e complicato da realizzare. Di sicuro c’è che in qualunque momento potrebbe accadere l’irreparabile e noi non lo possiamo stabilire”.

L’ultimo esperto che lanciò un allarme del genere, Giampaolo Giuliani, fu indagato per procurato allarme a causa della sua previsione, attraverso il monitoraggio del radon, del terremoto che di li a breve avrebbe devastato l’Abruzzo. Salvo poi venire prosciolto.
A chi invece millanta esplosioni e tsunami difficilmente monitorabili per mancanza di fondi?

Fonte: xcittà.it

Scolari
5th June 2010, 13:19
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ROMA -Quando dici Tsunami, tornano in mente le immagini della tragedia nell'Oceano Indiano nel 2004. Ebbene, l'ipotesi che qualcosa simile, anche se su scala minore, possa accadere anche nel Mediterraneo non è poi così remota. Lo dicono una serie di ricerche portate a termine di recente dagli scienziati italiani.

Secondo gli studi, ci sarebbero almeno 5-6 episodi di tsunamii per ogni secolo, nel Mediterraneo. E gli esperti hanno anche individuato le coste più a rischio. Sarebbero quelle che sono prossime alle faglie sottomarine, ovvero quelle fratture della crosta terrestre che si muovono in continuazione, provocando terremoti. Minore - anche se non impossibile - la possibilità di tsunami causati da frane o eruzioni sottomarine.

L'Istituto nazionale di geofica e vulcanologia (Ingv) ha studiato queste possibilità. E i geologi Roberto Basili, Vanja Kastelic, Mara Tiberti e Gianluca Valensise, Stefano Lorito e Alessio Piatanesi ne hanno spiegato le caratteristiche.

Secondo gli esperti dell'Ingv, solo un terremoto di 6 gradi Richter o superiore è in grado di generare uno tsunami nel Mediterraneo. In tal caso, l'onda d'urto che si trasferisce fondo marino alle acque soprastanti può arrivare fino a zone costiere lontane centinaia di chilometri.

Sono tre, sempre secondo l'Ingv, le possibili «sorgenti tsunamigeniche » del Mediterraneo. Partendo da est, c'è da segnalare l'Arco Ellenico - tra Cefalonia e l’Isola di Creta -, che in passato è stato teatro del più violento terremoto mai registrato nel Mediterraneo. Era il 365 d.C. e gli 8,4 gradi Richter del sisma scatenarono un violento maremoto che investì l’Italia Centro meridionale.

A ovest, poi, particolarmente attiva è la catena sommersa Atlante Tell, che si trova nel tratto di mare fra Gibilterra e il canale di Sicilia. Qui, nel 2003, un terremoto di 6,8 gradi Richter al largo della città lagerina di Boumedes, provocò uno tsumani che raggiunge, pur con poca potenza, le Isole Baleari.

Infine, la fascia sismogenetica Ustica-Eolie, nel Tirreno meridionale. Da qui, nel 1823 si scatenò un sisma da 6 Richter, cui seguì un maremoto in varie località tirreniche.

Secondo i calcoli dei ricercatori, sono circa 1.200 i chilometri di costa italiana - soprattutto sullo Ionio e il Canale di Sicilia - in cui l'onda di un eventuale maremoto potrebbe arrivare a un metro d'altezza. Le sorgenti nordafricane potrebbero invece generare tsunami fino a un metro di altezza sul versante meridionale della Sardegna. Mentre dalla fascia di Ustica potrebbero arrivare onde di mezzo metro su Palermo e Messina.

Sembrano poca cosa. Ma gli scienziati spiegano che le altezze calcolate riguardano l'onda davanti alla costa. Ovvero quella che è destinata a crescere - e di parecchio - prima di arrivare sulla terraferma. Inoltre, nel Mediterraneo abbiamo un altro problema: le piccole dimensioni del bacino e le velocità elevatissime (300 km/h) di propagazione delle onde. Il che, in soldoni, significa che per allertare le popolazioni ci sono solo poche decine di minuti prima che lo tsunami colpisca.

Per scongiurare il peggio è in fase di realizzazione un programma di difesa dai maremoti gestito dall’Unesco. Sarà basato sulle reti di rilevamento sismico e delle onde di diversi paesi del Mediterraneo. L'Italia vanta una rete sismica nazionale sviluppata dall’Ingv in grado di calcolare tempestivamente i parametri fondamentali di un terremoto, e quindi segnalare la possibilitò di uno tsunami e far scattare l'allerta.

Per quanto riguarda invece i maremoti generati da eruzioni vulcaniche e frane sottomarine, la Protezione Civile ha finanziato un progetto chiamato «Magic» che consiste in una mappatura dei fondali fino a 3.000 metri di profondità per individuare le potenziali sorgenti di rischio non sismiche.

Fonte: scienze.tv