Scolari
26th April 2010, 23:31
Riscontri geologici e archeologici suffragano l’ipotesi che nel corso dell’Età del Bronzo vi sia stata un’eruzione del Vesuvio dagli effetti più vasti e catastrofici di quella che colpì Pompei nel 79 d.C. È questo quanto risulta da una ricerca condotta da Michael F. Sheridan, del Dipartimento di geologia dell’Università di Buffalo in collaborazione con Giuseppe Mastrolorenzo e Lucia Pappalardo dell’ Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia - Osservatorio Vesuviano e Pierpaolo Petrone, del Museo di Antropologia, Centro Musei delle Scienze Naturali. I risultati della ricerca sono pubblicati sull’ultimo numero dei “Proceedings of the National Academy of Sciences” (PNAS). Le scoperte fatte dai ricercatori costituiscono la prima prova vulcanologica e archeologica del coinvolgimento da parte di un’eruzione dell’area oggi occupata dalla città di Napoli. La scoperta di maggior rilievo è stata “la prova decisiva di un massiccio esodo” dall’area, dimostrato dal ritrovamento di migliaia di impronte umane e animali, rimaste impresse nelle ceneri vulcaniche anche molto lontano dal luogo dell’eruzione. Secondo gli autori dell’articolo, buona parte della popolazione che viveva nella zona riuscì probabilmente a sopravvivere, poiché sembra che la prima parte dell’eruzione esplosiva sia consistita nell’emissione e nella ricaduta di polveri fini, non immediatamente letali. Alla fine, tuttavia, la devastazione ambientale interessò alcune migliaia di chilometri quadrati, resi pressoché inabitabili per diversi decenni. Secondo Sheridan, per quanto non sia molto probabile che si verifichi in tempi brevi un’eruzione catastrofica come quella avvenuta nell’Età del Bronzo o quella che ha distrutto Pompei, le autorità dovrebbero tener conto di questa possibilità. “L’eruzione nell’Età del Bronzo è avvenuta circa 4000 anni fa, e 2000 anni fa ci fu l’evento del 79 d.C. Sembrerebbe che ogni 2000 anni il Vesuvio dia luogo a un’eruzione particolarmente imponente.” E ha aggiunto: “Utilizzando i test statistici standard, c’è più del 50 per cento di probabilità che il prossimo anno si verifichi un’eruzione violenta, e ogni anno che passa la probabilità aumenta”.
Scoperta la più devastante eruzione del Vesuvio:
Impronte di adulti e bambini che, a migliaia, si allontanano dall'area intorno al Vesuvio, mentre il vulcano esplode in una pioggia di cenere e lapilli: sono rimaste impresse nel terreno quasi quattromila anni fa e oggi hanno permesso di ricostruire la più violenta eruzione del Vesuvio mai documentata, tanto da poter diventare la nuova base sulla quale elaborare nuove mappe del rischio e piani di evacuazione. Finora si credeva che l'eruzione più violenta del Vesuvio fosse stata quella di Pompei, nel 79 dopo Cristo, ma la ricerca pubblicata sulla rivista dell'Accademia delle scienze degli Stati Uniti, “PNAS”, indica un evento ben più grave accaduto nell'Antica Età del bronzo, nel 3780 avanti Cristo. Di conseguenza diventa questo l'evento di riferimento per definire lo scenario estremo, il “peggiore possibile” da considerare nella mappa del rischio, hanno osservato i ricercatori, coordinati dal vulcanologo Giuseppe Mastrolorenzo, dell'Osservatorio Vesuviano-Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). Allo studio hanno partecipato Lucia Pappalardo, dell'Osservatorio Vesuviano, l'antropologo Pierpaolo Petrone, del museo di Antropologia dell'università di Napoli Federico II, e l'esperto americano di vulcani ed eruzioni catastrofiche Michael Sheridan, dell'Università di Buffalo. “Abbiamo fatto un passo in avanti nella conoscenza del Vesuvio”, ha detto Mastrolorenzo. Dai modelli ottenuti sulla base dell'eruzione di Pompei era emerso che le aree a Nord di Napoli non erano a rischio. Ma la scoperta dell'eruzione avvenuta quattromila anni fa ha dimostrato che un'eruzione del Vesuvio potrebbe rappresentare un rischio per tutta l'area attorno al vulcano, a 360 gradi, nel caso di un evento analogo a quello avvenuto nell'Età del Bronzo. “Il caso estremo è sempre da considerare”, ha detto ancora l'esperto, “perché, come ha dimostrato quanto è accaduto a New Orleans e a Sarno, la vera catastrofe si verifica soltanto quando il caso estremo non viene adeguatamente considerato”. I siti archeologici che hanno permesso di ricostruire l'eruzione si trovano principalmente nella zona attorno a Nola e ad Avellino, ma anche a Nord di Napoli, a Gricignano e Afragola. L'eruzione ha avuto effetti devastanti in un'area che si estende fino a 15 chilometri dal vulcano e in tutti i siti considerati nello studio sono rimaste le testimonianze di una drammatica fuga: stoviglie abbandonate a terra nelle capanne e soprattutto le impronte di uomini e animali che cercavano di lasciare i villaggi non appena dal Vesuvio avevano cominciato a innalzarsi colonne di gas e cenere. Gli unici corpi dei quali sono rimasti i resti sono quelli di un uomo e di una donna, sepolti dalla cenere in una zona che si trova a circa 17 chilometri dal vulcano. Molti altri sono morti quando la concentrazione di ceneri nell'aria è aumentata al punto di penetrare nei bronchi e dare soffocamento. In quella zona, secondo le stime dei ricercatori, vivevano da 10 mila a 20 mila persone. La maggior parte di esse sono riuscite ad allontanarsi dal vulcano, ma l'eruzione deve avere comunque provocato migliaia di morti. Quando i sopravvissuti tornarono ai villaggi, provarono a ricostruire le capanne, come testimoniano i resti dei pali delle capanne trovati dagli studiosi. Ma i campi sommersi dalla cenere erano ormai impossibili da coltivare. Di colpo l'intera struttura sociale e agricola dei villaggi venne cancellata e per i due secoli successivi l'intera zona rimase disabitata.
Fonte: Newton
Scoperta la più devastante eruzione del Vesuvio:
Impronte di adulti e bambini che, a migliaia, si allontanano dall'area intorno al Vesuvio, mentre il vulcano esplode in una pioggia di cenere e lapilli: sono rimaste impresse nel terreno quasi quattromila anni fa e oggi hanno permesso di ricostruire la più violenta eruzione del Vesuvio mai documentata, tanto da poter diventare la nuova base sulla quale elaborare nuove mappe del rischio e piani di evacuazione. Finora si credeva che l'eruzione più violenta del Vesuvio fosse stata quella di Pompei, nel 79 dopo Cristo, ma la ricerca pubblicata sulla rivista dell'Accademia delle scienze degli Stati Uniti, “PNAS”, indica un evento ben più grave accaduto nell'Antica Età del bronzo, nel 3780 avanti Cristo. Di conseguenza diventa questo l'evento di riferimento per definire lo scenario estremo, il “peggiore possibile” da considerare nella mappa del rischio, hanno osservato i ricercatori, coordinati dal vulcanologo Giuseppe Mastrolorenzo, dell'Osservatorio Vesuviano-Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). Allo studio hanno partecipato Lucia Pappalardo, dell'Osservatorio Vesuviano, l'antropologo Pierpaolo Petrone, del museo di Antropologia dell'università di Napoli Federico II, e l'esperto americano di vulcani ed eruzioni catastrofiche Michael Sheridan, dell'Università di Buffalo. “Abbiamo fatto un passo in avanti nella conoscenza del Vesuvio”, ha detto Mastrolorenzo. Dai modelli ottenuti sulla base dell'eruzione di Pompei era emerso che le aree a Nord di Napoli non erano a rischio. Ma la scoperta dell'eruzione avvenuta quattromila anni fa ha dimostrato che un'eruzione del Vesuvio potrebbe rappresentare un rischio per tutta l'area attorno al vulcano, a 360 gradi, nel caso di un evento analogo a quello avvenuto nell'Età del Bronzo. “Il caso estremo è sempre da considerare”, ha detto ancora l'esperto, “perché, come ha dimostrato quanto è accaduto a New Orleans e a Sarno, la vera catastrofe si verifica soltanto quando il caso estremo non viene adeguatamente considerato”. I siti archeologici che hanno permesso di ricostruire l'eruzione si trovano principalmente nella zona attorno a Nola e ad Avellino, ma anche a Nord di Napoli, a Gricignano e Afragola. L'eruzione ha avuto effetti devastanti in un'area che si estende fino a 15 chilometri dal vulcano e in tutti i siti considerati nello studio sono rimaste le testimonianze di una drammatica fuga: stoviglie abbandonate a terra nelle capanne e soprattutto le impronte di uomini e animali che cercavano di lasciare i villaggi non appena dal Vesuvio avevano cominciato a innalzarsi colonne di gas e cenere. Gli unici corpi dei quali sono rimasti i resti sono quelli di un uomo e di una donna, sepolti dalla cenere in una zona che si trova a circa 17 chilometri dal vulcano. Molti altri sono morti quando la concentrazione di ceneri nell'aria è aumentata al punto di penetrare nei bronchi e dare soffocamento. In quella zona, secondo le stime dei ricercatori, vivevano da 10 mila a 20 mila persone. La maggior parte di esse sono riuscite ad allontanarsi dal vulcano, ma l'eruzione deve avere comunque provocato migliaia di morti. Quando i sopravvissuti tornarono ai villaggi, provarono a ricostruire le capanne, come testimoniano i resti dei pali delle capanne trovati dagli studiosi. Ma i campi sommersi dalla cenere erano ormai impossibili da coltivare. Di colpo l'intera struttura sociale e agricola dei villaggi venne cancellata e per i due secoli successivi l'intera zona rimase disabitata.
Fonte: Newton